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martedì 9 ottobre 2007

Io voto NO!!!


Ci ho riflettuto tutto il giorno (ieri), e sono giunto, purtroppo, ad una conclusione che non mi piace: in Italia non c'è futuro per chi lavora.

Dopo l'assemblea tenutasi nei locali mensa, in cui tutti i rappresentanti sindacali hanno dato le loro buone ragioni per votare si o no al protocollo per il welfare, e dopo un lungo pomeriggio di riflessione, sono giunto a questa conclusione. Analizzando bene il problema infatti, mi sono reso conto che dal 1996 sono stati sferrati 4 tremendi attacchi ai ceti più deboli della società (i lavoratori dipendenti e pensionati) infliggendo danni notevoli in termini di stabilità economica (e sociale) per le nuove generazioni. Il primo è stato nel 1996 con la riforma delle pensioni (la riforma Dini) che ha sancito il passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo per tutti coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il 1993, in poche parole: il sistema retributivo misurava la pensione sulla base degli ultimi 10 anni di retribuzioni, quindi spettava circa l'80% dell'ultimo stipendio, con il sistema contributivo invece si fa una media su tutta la vita contributiva, non ci vuole un genio per capire che le pensioni sarranno da fame se fa media anche lo stipendio di 40 anni prima, in più è stata aumentata l'età pensionabile e gli anni di contributi (da 30 a 35 anni).


Il secondo attacco, per fortuna vano, è stato quello dell'abolizione del famigerato articolo 18: licenziameni per giusta causa, per fortuna uno sciopero generale e qualche milione di persone in piazza hanno fatto desistere il governo Berlusconi. Il terzo attacco, vincente, è stato sferrato nel 2003 con la pubblicazione sulla gazzetta ufficiale della famosa legge 30, o meglio conosciuta come legge Biagi, che ha flessibilizzato ancor di più un mercato del lavoro deregolamento con la precedente legge Treu (l'invetore del CO.CO.CO.) varata durante il governo D'Alema di centro sinistra. Il quarto attacco avviene oggi, si chiama protocollo sul Welfare. Si tratta di un protocollo di intesa tra i sindacati (CGIL, CISL, UIL) ed il governo Prodi, in cui viene completamente sbugiardato il programma che l'unione aveva portato durante le ultime elezioni nella sezione lavoro. In questo protocollo infatti non viene abolita la legge 30, anzi viene riconfermato come strumento per facilitare l'ingresso nel mondo del lavoro, non viene garantita la previdenza in quanto non sono ancora disponibili nemmeno delle proiezioni sicure (con questo protocollo viene data piena facoltà al ministro del lavoro di modificare i coefficienti senza concertazione con le parti sociali), per garantire la difesa del potere d'acquisto sono stati detassati gli staordinari (disincentivando l'occupazione di nuove risorse) invece di detassare all'origine lo stipendio. Il provvedimento per salvaguardare i lavori usuranti è una vera e propria beffa, in quanto su circa 1,5 milioni di lavoratori "usurati", ne verranno riconosciuti solo 5000 l'anno!!! Per quanto riguarda le pensioni non viene abolito lo scalone (ulteriore aumento dell'età pensionabile da 57 a 62 anni dal 2008, come previsto dalla Legge Dini), bensì viene diluito con scalini intermedi fino ad arrivare a 62 anni nel 2013, andando addirittura a peggiorare di 1 anno la legge Maroni che prevedeva lo scalino dei 62 anni nel 2014. L'aver alungato il brodo (o spostato in avanti la bandierina per citare il sindacalista di stamani) non mi sembra un gran risultato, anzi mi sembra uno scandalo alla luce del fatto che anche se la FIOM ha detto NO a questo protocollo, praticamente non si sono sentiti vere opposizioni in fabbrica (o almeno alla Breda). Il cittadino italiano ha la possibilità di rimandare al mittente queste scandalose proposte votando no. Però essendo sicuro che vincerà il sì e che quindi mi toccerà stare a lavorare fino a 62 anni voglio le circostanze mi portano a contraddire una storica frase di Mussolini "governare gli italiani non è impossibile, è inutile". Buon lavoro a tutti.

martedì 17 luglio 2007

Gli stipendi dei nostri concittadini Rumeni



riporto pari pari un articolo (e tabella) apparso su http://www.repubblica.it/ che trovo un po' agghiacciante...




Le signore bene, da noi, le comprano piene di accessori, senza neanche guardare troppo il prezzo (sono utilitarie). Ma nell'Europa dell'Est, dove vengono fabbricate, gli operai ricevono stipendi da fame. Ossia 380 euro al mese per i polacchi che costruiscono una Fiat 500, 270 per gli slovacchi che assembrano Toyota Aygò, Peugeot 107, Citroen C1 o la nuova Renault Twingo, appena 166 euro per gli ungheresi che fanno nascere la Opel Agila e la Suzuki Splash e - se possibile - ancora meno (appena 100 euro) per i brasiliani che fabbricano la Volkswagen Fox. Ma questo è un altro discorso. In Europa, invece, il basso salario degli operai che fabbricano Fiat 500, Toyota Aygò e soci è stato alla base di tutta la strategia di lancio di queste vetture che non a caso vengono fabbricate solo in quei paesi e poi distribuite in mezzo mondo. Certo, il concetto di "stipendi da fame" è relativo: non è che Fiat, Opel e tutti gli altri colossi industriali europei sfruttino gli operai. Questi stipendi, nei rispettivi paesi, sono dignitosi. Anzi: le cifre che riportiamo in questa inchiesta rappresentano solo la base del salario (che poi cresce un po' con gli straordinari e con il lavoro notturno), ma come ci ha raccontato un sindacalista di un paese dell'Est che preferisce rimanere nell'anonimato, "le nostre fabbriche non sono in Cina, fuori dal mondo. Noi siamo collegati a Internet, vediamo i vostri programmi televisivi e in mezza giornata di macchina possiamo arrivare nei paesi europei più ricchi. Ma con i nostri salari siamo tagliati fuori da tutto. E questo condurrà inevitabilmente a forti tensioni sociali". Tensioni che portano - come già successo in molte fabbriche automobilistiche dei Paesi dell'Est a una richiesta semplice ma - per certi versi - pazzesca: raddoppiare la paga degli operai. Una cosa che ovviamente potrebbe destabilizzare i conti economici di molte aziende ma che vede lavoratori e sindacati molto compatti. Non va dimenticato che, anche a loro, scorrono continuamente sotto gli occhi le immagini dei successi commerciali, dei fatturati record e dei trionfi di queste macchinine sulla scena internazionale. Insomma, un cinese che lavora nella fabbrica della Apple e che per l'equivalente di 40 euro al mese fabbrica gli iPod alla fine sta meglio di un polacco che lavora alla linea di montaggio della Fiat 500 o di uno Slovacco che fa i turni alla fabbrica Toyota-Peugeot-Citroen: per il cinese non ci sono possibili confronti di salari con Paesi confinanti. Il suo stipendio ha un solo raffronto: quello con i suoi cittadini. Ma c'è dell'altro: in Slovacchia, Polonia e in tutti i Paesi dell'Est, invece, le modernissime city car sono regolarmente a listino, anche se ovviamente a prezzi impossibili per i poveri operai. I calcoli sono impressionanti: il costo di una 500 equivale a due anni e mezzo di lavoro di un operaio che la costruisce, quello di una Toyota Aygò a più di tre e via via per le altre.

lunedì 18 giugno 2007

Sindacati cinesi


Da "internazionale" 7 giugno 2007



Il progetto di legge sul contratto di lavoro è stato discusso a marzo dal Congresso nazionale del popolo di Pechino e ha messo in moto alcuni importanti cambiamenti. La legge vuole tutelare i diritti dei lavoratori cinesi e inciderà sulla vita di milioni di operai.Una decina d'anni fa approvare una legge simile sarebbe stato facile. Un gruppo di esperti avrebbe preparato una bozza sotto la direzione del governo, poi il disegno di legge sarebbe stato approvato dal Congresso quasi senza dibattito. Oggi non funziona così, e l'approvazione di leggi che riguardano classi e gruppi d'interesse è spesso accompagnata da discussioni accese e lotte intestine.La trasformazione si deve al rapido allontanamento della Cina dall'economia statalista. Le imprese private cinesi e straniere controllano ormai la maggior parte dell'economia nazionale, e sono spuntati gruppi d'interesse di ogni tipo. Questo ha cambiato il processo legislativo cinese, e il Congresso è costretto a fare dei compromessi con questi gruppi d'interesse, per tenerseli buoni.Ma proteggere meglio i diritti sindacali in Cina potrebbe compromettere i profitti delle imprese. Durante il dibattito che ha accompagnato la prima lettura in parlamento del disegno di legge, la camera di commercio dell'Unione europea e la camera di commercio statunitense a Shanghai (AmCham Shanghai) hanno espresso molte riserve sulla bozza e hanno proposto vari emendamenti.Qualcuno ha lasciato capire che la nuova legge rischiava di limitare la libera iniziativa privata e che l'aumento dei costi di produzione in Cina avrebbe dissuaso gli investitori stranieri. [...] È da questa manodopera a basso costo che dipende in gran parte lo sviluppo cinese. Per queste ragioni i lavoratori hanno chiesto una maggiore tutela per i loro diritti e la Federazione cinese dei sindacati ha cominciato a subire forti pressioni. Probabilmente lo stato non vuole che i sindacati protestino contro le autorità. Ma oltre la metà delle aziende non è più di proprietà pubblica e lo stato, che ha cessato di essere un importante datore di lavoro, sta diventando più neutrale.Il malcontento sociale potrebbe minacciare la legittimità delle autorità, che per questo motivo cominciano a sostenere con cautela i sindacati.Nel frattempo i sindacati americani stanno imparando ad apprezzare la forza dell'industria manifatturiera cinese. I livelli salariali dei dipendenti cinesi, che rappresentano oggi circa un quarto della forza lavoro mondiale, influiscono sui lavoratori di tutto il mondo.

giovedì 14 giugno 2007

TFR e Sindacati, la grande truffa?


Manca poco, il 30 giugno per migliaia di persone che lavorano in italia sarà l'ora di decidere a chi far gestire i soldi del proprio TFR. Sentendo un po' puzza di truffa ed essendo un decisione irreversibile (nel caso di scelta del fondo), ho deciso di lasciarlo in azienda. Da Gennaio ad oggi infatti, tutti i volantini distribuiti dai sindacati (i maggiori CGIL, CISL, UIL), hanno illustrato i vantaggi del fondo di categoria, nessuno, proprio nessuno, però illustava gli svantaggi... molto strano.

Dal sito http://www.latuapensione.it/
L'art. 5 comma 1 del Decreto Legislativo n. 252/2005 stabilisce che la metà dei posti nei consigli di amministrazione dei fondi chiusi di categoria sono riservati ai rappresentanti dei lavoratori, cioè ai sindacati. E' evidente (e sta accadendo in molte aziende) che il sindacatoconsigli quindi di aderire ai fondi di categoria, addirittura all'unico che c'è in ogni settore e che dà diritto al contributo aggiuntivo del datore di lavoro, come prevedono i contratti nazionali di lavoro. Quindi in ogni settore (commercio, industria, chimica, etc.) c'è un monopolio di fatto, il lavoratore ha poca scelta. Se il lavoratore si rende conto che ci sono altri fondi, anche di tipo negoziale gestiti dai sindacati, per lui più convenienti (rendimenti maggiori e/o costi minori), può fare ben poco, e il sindacato gli dirà che, ovviamente per il suo bene, gli conviene aderire al fondo negoziale di categoria. Quindi anche qui c'è un bel conflitto di interessi fra - i sindacalisti di professione e - i lavoratori, al punto che i lavoratori non hanno neanche la libertà di scelta fra i vari fondi di categoria gestiti dai sindacati! D'altronde, fino a pochi fa, i segretari nazionali dei grandi sindacati erano a turno presidenti dell'INPS, abituati al monopolio, e la mentalità è quella. Resta per noi da capire cosa c'entra tutto ciò con l'interesse dei lavoratori, che dovrebbe essere l'obiettivo numero 1 (se non l'unico) del sindacato.