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sabato 11 agosto 2007

VITTORIA!!!


La Novartis aveva trascinato in giudizio il Governo Indiano per forzarlo a modificare la legge indiana sui brevetti in modo da ottenere una più facile e più ampia protezione della proprietà intellettuale per i suoi prodotti. Novartis affermava che la legge indiana, che consente entro certi limiti la produzione di versioni generiche di alcuni medicinali essenziali, non rispetta le regole fissate dall'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO, la stessa organizzazione che per Fassino ha poco potere...). Queste lamentale sono state giudicate prime prive di fondamento dall'Alta Corte di Chennay respingendo il ricorso della multinazionale Svizzera. In questo modo l'industria farmacutica indiana potrà produrre farmaci anti-hiv a prezzi molto più alla portata degli utenti.

martedì 24 luglio 2007

Mettila in brocca!!!



L’acqua del rubinetto contro l'acqua in bottiglia. Al ristorante o in pizzeria è ormai prassi bere acqua minerale: ma non è un obbligo, semmai, anche qui, un balzello. Nulla vieta, ma davvero nulla, di chiedere “l’acqua in brocca”. Gli esercenti non possono rifiutare la richiesta (anche se spesso capita che restino spiazzati, e si arrampichino sugli specchi). Chiedere l’acqua in brocca è un modo non tanto per risparmiare quanto di riaffermare che l’acqua pubblica è la migliore, inquina di meno (non viaggia su e giù per l’Italia con i tir) e non può diventare oggetto di scambio. Un’azione “politica”, come la definisce Camilla Lattanzi, ideatrice della proposta, nell’articolo che segue.

Per maggiori informazioni e per scaricare il volantino informativo da lasciare ai ristoratori: http://www.imbrocchiamola.org/

A casa, ma quest’estate anche al ristorante, in pizzeria, al bar; e all’esercente che vi dirà che non può servirvi l’acqua del rubinetto spiegate che non è vero. Storia di un’idea che si diffonde. di Camilla Lattanzi

In Italia siamo i primatisti mondiali nel consumo di acque minerali. Le grandi marche dell’imbottigliamento ringraziano, e condizionano le nostre vite. Ci infliggono mal di schiena e stimmate alle mani conseguenti al trasporto in casa delle pesantissime confezioni da sei bottiglie da un litro e mezzo. Ci inquinano l’aria con le diossine prodotte dall’incenerimento delle bottigliette in pet e con i gasoli dei trasporti su strada. Strapagano veline, calciatori e ora anche passerotti parlanti da fare invidia a San Francesco, per convincerci a consumare addirittura l’acqua “a zero calorie”, e il bello è che ci riescono, visto che ogni italiano consuma oggi in media 188 litri di minerale in bottiglia, tre volte più di vent’anni fa.

Come se non bastasse, ci hanno anche scippato la brocca d’acqua dal “coperto” quando mangiamo al ristorante.

E provate a chiedere a un bar un bicchiere d’acqua: vi guarderanno come se foste un malato contagioso.

La campagna “Imbrocchiamola!” nasce per reagire a questa situazione insopportabile. Se l’acqua “del rigattiere”, controllata e imbottigliata mesi or sono, dal prezzo circa duemila volte superiore a quella del rubinetto, ha sfondato, allora vuol dire che la mano invisibile del mercato di Adam Smith è diventata più lesta della mano di Arsenio Lupin: urge passare al contrattacco.

“Imbrocchiamola!” intende svelare, dal basso, i paradossi legati al consumo smodato di acque minerali, e così i ConsumAttori e Controradio -nell’ambito della trasmissione “Questione di stili”, un programma su stili di vita e consumo critico arrivato quest’anno alla terza edizione- hanno lanciato una campagna per una guida ai ristoranti di Firenze e dintorni che evidenzi “chi la dà” e “chi non la dà”, intendendo naturalmente i ristoranti, le pizzerie, le trattorie che sono disposti -o meno- a servire la brocca d’acqua del rubinetto.

Non sarà facile contrastare una manipolazione culturale che raggiunge livelli paradossali. Quando al ristorante si chiede la brocca, le risposte sono le più fantasiose: “Non c’è”. “Non è buona”. “Non è potabile”. “È vietata”. “Non abbiamo le brocche. Non ce la chiede nessuno”. “Non ve la consiglio”. “Non ci possiamo prendere la responsabilità”. E ancora: “Se è per il prezzo, ve la regalo”. E via così, in un crescendo di affermazioni surreali; in realtà non solo il regolamento igienico sanitario (L.283/62 e Reg. Comunitario 852/2004) ma anche la logica più elementare ci dicono che un esercizio pubblico che fosse davvero privo di acqua potabile meriterebbe la revoca della licenza: non si vorrà mica insinuare che c’è chi lava l’insalata con acqua minerale?

Per esempio: le amministrazioni comunali (dalle quali dipendono le licenze per bar e ristoranti) potrebbero prevedere l’obbligo per gli esercenti di mettere a disposizione acqua in brocca sui tavoli, come servizio per la comunità. Accade all’estero, può accadere anche in Italia.

In ogni caso, la campagna “Imbrocchiamola!” è una strada tra le molte sulla quale sarà utile avviarci per non trovaci, un giorno, a dover acquistare anche l’aria che respiriamo.

mercoledì 27 giugno 2007

Proprietà intellettuale dei farmaci


Un passo in avanti
L'Oms è chiamata a occuparsi in prima persona di proprietà intellettuale e accesso ai farmaci

Diritti di proprietà intellettuale, brevetti. Termini dal sapore legale ma collegati all’accesso ai farmaci ovunque, Paesi ricchi e poveri. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ne ha parlato nel corso dell’Assemblea mondiale della salute di quest’anno, a maggio, e la proprietà intellettuale ha trovato posto addirittura nel sottotitolo del comunicato stampa, per un accordo raggiunto all’ultimo minuto. Un tema di interesse comune. “Una risoluzione importante” racconta a PeaceReporter Nicoletta Dentico, analista delle politiche della salute per l’organizzazione Drugs for Neglected Diseases initiative (DNDi), che ha seguito i lavori dell’Assemblea, “perché per la prima volta si riconosce il ruolo attivo dell’Oms in materia di salute pubblica, innovazione e proprietà intellettuale, un ambito non più appannaggio esclusivo dell’Organizzazione mondiale del commercio”. La risoluzione riguarda in particolare il lavoro del Gruppo intergovernativo dell’Oms (IGWG, Intergovernmental Working Group), nato lo scorso anno per occuparsi di questi temi. “L’Oms ha tentato per diverso tempo di eludere la questione dei brevetti legata alla salute, ma ormai il dilemma fra diritti di proprietà intellettuale e diritto alla salute pervade qualsiasi argomento si discuta”. L’impegno dell’Oms. Lo scorso anno su questi temi era stato appunto costituito il Gruppo intergovernativo: sul piatto della bilancia è la possibilità di rispondere ai bisogni di salute di tutte le popolazioni, sul versante della ricerca, della diagnosi e della terapia. Ne è seguito un anno intenso e la risoluzione discussa quest’anno. Un interesse globale sottolineato dall’impegno, riportato nel comunicato dell’Oms, di Margaret Chan, Direttore generale dell’Oms. “La risoluzione vincola l’Oms ad attivarsi con maggiore autorità e senso del proprio mandato su questa materia” conferma Dentico. “Quando l’Oms, tra gli incontri dell’Assemblea, ha indetto il resoconto tecnico sul Gruppo intergovernativo, la sala era stracolma, non solo di rappresentanti di governi. Margaret Chan ha capito la rilevanza e delicatezza del tema, fonte di tensione fra governi, aziende farmaceutiche e società civile. Le critiche all’Oms sono giunte soprattutto dai Paesi del sud del mondo, con una chiara richiesta di rivedere le politiche attuali e ripensare le regole degli incentivi all’innovazione medica”. I punti della risoluzione. “La risoluzione ribadisce l’importanza della creazione del Gruppo intergovernativo”, continua Dentico. “Riconosce l’assunzione di responsabilità del Direttore generale, impegna gli stati membri a un sostegno pieno e una partecipazione attiva al Gruppo, anche attraverso il necessario sostegno finanziario, per assicurare il completamento del suo mandato. Chiede all’Oms di garantire ai Paesi poveri l’adeguato supporto tecnico per l’attuazione di tutte le flessibilità contemplate nell’accordo sulla proprietà intellettuale. Un punto di non ritorno: per la prima volta viene chiesto all’Oms un ruolo da protagonista in questa vicenda. Inoltre, chiede all’Oms di farsi promotrice di nuove politiche per l’innovazione, in alternativa o complementari alla protezione brevettuale attualmente vigente. Politiche in grado di favorire un uso più creativo, innovativo ed efficiente degli stessi brevetti, ovvero volte a introdurre una sostanziale riforma dei meccanismi di incentivo per la ricerca, tali da separare sempre più il costo per la ricerca da quello del prodotto finale. La sfida del Gruppo di lavoro intergovernativo è quella di creare nuovi incentivi per promuovere la ricerca a prescindere dal prezzo del farmaco, del vaccino, del diagnostico. E’ la prima volta che viene esplicitato a chiare lettere” conclude Dentico, “si tratta di una piccola rivoluzione”.

domenica 24 giugno 2007

cos'è il WTO



Alcuni esempi del potere e delle decisioni prese nel Wto:



L'Unione Europea qualche anno fa sì rifiutava di importare carne trattata con gli ormoni dagli Usa. Questi ultimi, tramite il Wto, hanno fatto causa all'Europa, sostenendo che anche se questo divieto era stato preso per tutelare la salute umana e animale, impediva alle imprese americane di vendere la loro carne agli ormoni come e dove volevano. Il Wto ha dato ragione agli Usa, e noi cittadini europei paghiamo ogni anno più di 100 milioni di dollari di multe perchè non vogliamo la carne agli ormoni statunitense.
Nei prossimi mesi il "tribunale" del Wto dovrà esprimersi sul blocco voluto dall'Unione Europea sugli organismi geneticamente modificati (OGM) che vengono dagli Usa. Al Wto non interessa se il 70% dei cittadini europei non vuole OGM, non interessano i problemi per l'ambiente o la salute, interessano solo le questioni economiche e commerciali. Il tribunale del Wto si riunisce a porte chiuse, dove esperti unicamente di commercio ed economia decidono le sorti del mondo ed i nostri diritti. Che diritto ha un'organizzazione che si chiama "del commercio" di decidere cosa dovremo mangiare tutti noi nei prossimi anni?
Le decisioni del Wto si applicano anche agli enti locali come Comuni, Province e Regioni. Tra qualche anno il Wto potrebbe ad esempio decidere che il Comune di Roma non ha il diritto di scegliere se affidare le mense nelle scuole pubbliche a produttori dell'agricoltura biologica, o che lo Stato e le Regioni non possono finanziare gli ospedali o le scuole pubbliche, perchè si tratterebbe di misure che potrebbero essere considerate contrarie alla libera concorrenza ed al libero mercato.
Pensate adesso che il Wto si occupa di cibo e agricoltura, di prodotti industriali, della pesca e delle foreste, di accesso ai farmaci, di brevetti, di servizi quali l'accesso all'acqua, l'educazione, la sanità, le poste, i trasporti, l'energia, il trattamento dei rifiuti, le banche e le assicurazioni, e moltissimi altri.
Solo nel campo dei prodotti industriali, sono già oltre duecento le leggi riguardanti la tutela dell'ambiente, dei diritti umani, sociali e dei lavoratori che sono state prese di mira: per fare un'esempio, l'Unione Europea ha adottato negli anni diverse norme riguardanti l'efficenza energetica o la sicurezza per la produzione e vendita di prodotti chimici che sono oggi a rischio in quanto considerate illeggittime per quelle imprese e paesi che vogliono difendere il loro "diritto" ad esportare automobili, elettrodomestici o pesticidi inquinanti.
Analogamente, nel campo dei servizi, l'accesso all'acqua, il diritto all'istruzione o alla salute non sono "beni commerciali", ma diritti fondamentali di ogni essere umano, indipendentemente dal luogo di nascita o dal reddito, e non possono essere negoziati in un'organizzazione che si occupa unicamente di libero commercio.
Le fasce più povere e deboli della popolazione dei Paesi occidentali sono escluse da servizi essenziali e nei paesi del Sud del mondo si rischia la non autosufficienza alimentare, il mancato accesso a un bene vitale come l'acqua, l'impossibilità di costruire un sistema scolastico o sanitario...
Il Wto decide anche sulla possibilità per i paesi più poveri di comprare e importare farmaci a basso costo per salvare milioni di vite, come nel caso delle cure per l'AIDS. Anche qui la domanda è abbastanza semplice: la vita umana è un bene commerciale? E' più importante tutelare i profitti delle multinazionali o la vita di milioni di persone? La risposta è purtroppo tutt'altro che scontata: il Wto, come dice il suo stesso nome, parte dai problemi commerciali, dalla tutela dei profitti e dei brevetti per cercare poi delle eccezioni e deroghe per salvare delle vite, se questo non contrasta con il sacro dogma del libero commercio.